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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


11 giugno 2014

Ethos

Dinanzi allo scempio etico-penale del Mose è subito scattato il giochino del ‘nuovo’. Il nuovo PD, il “nostro nuovo“ PD (come dice la Serracchiani) non può essere considerato colpevole di nulla. Noi siamo arrivati adesso, noi siamo la new wave politica, noi siamo il nuovo. Semmai sono gli altri, i' vecchi' a dover essere considerati responsabili. Un modo per addebitare al passato tutto, e al presente nulla di nulla, nemmeno un sospiro. Il metodo è quello dei fallimenti camuffati, una bad company da una parte, una new co dall’altra. A quella ogni pena, a quest’ultima gli utili. A quella il discredito, a quest’ultima le magnifiche sorti e progressive. Comodo non c’è che dire. È un giochino sul quale si stanno esercitando un po’ tutti quelli del cerchio renziano, Renzi un po’ meno a dire il vero, molto più consapevole di quale sia davvero la posta in gioco. Un giochino sporco, a dirla tutta. Perché non si è fatta differenza nell’incamerare consenso, non si è detto a quelli che si voleva rottamare ‘il vostro voto non lo vogliamo’, no. Si è preso tutto, si è fatto banco. Per dire un secondo dopo: ‘ok, abbiamo vinto, fatece largo che passamo noi, voialtri a scontare il debito pregresso e noi a godere del credito’.

Questo succede a considerare il partito soltanto un marchio, un involucro di comunicazione politica e nulla più. Succede che ci si dimentica di quanta storia ci sia dietro, e di come quella storia sia indispensabile a vincere, e di come quella storia non sia affatto la barzelletta moralista o giustizialista dell’ultimo arrivato, ma una storia gloriosa, anche tragica, ma importante. Della quale l’ultimo arrivato, locco locco, non può liberarsi né fare a meno. Una storia che non è la bad company di Luca Lotti o della Serracchiani, da cui separarsi pensando così di non affogare dinanzi all’ultimo scandalo in ordine di apparizione. Anzi. Anzi. Proprio chi vuol gettare alle ortiche la propria storia, dare un taglio, rottamare, scindere legami, sciogliere relazioni, divincolarsi con uno strattone da ogni radice, proprio costui è condannato a pentirsene amaramente. L’etica non è un’invenzione televisiva, un soundbyte di 30”, uno spot, una stotytelling. Non c’è una bad etica e una new et, come dichiara sconsideratamente la Moretti, per la quale bisognerebbe costruirne persino una nuova, di etica! Così, di getto e alla bisogna.

Ha scritto Cacciari: “Ogni ethos ha il suo «pascolo» proprio, la sua certa dimora. Per essere, deve abitare. Socrate non oltrepassa mai i confini di Atene. Grazie a questo suo radicamento (al suo apparire, quasi, prodotto dal genius loci), tale ethos verrà da molti condiviso, creerà legami di reciproca appartenenza”. Ethos, insomma, è un radicamento. Etica è costume, è quello che siamo stati e quello che siamo, errori compresi. Ridurre tutto a un marchio, svuotare di senso, di uomini e di consistenza la comunità di partito, gettare presunta zavorra sempre e comunque, liberarsi, svuotarsi, sradicarsi in breve, è il primo passo ma decisivo, ma essenziale, per arrivare a subire l’ennesimo futuro lancio delle monetine. Si muovono come se la strada fosse un trampolino olimpico, dal quale staccare continuamente. Ma è proprio in momenti come questi che non servono svoli, ma lotta, confronto forte con la realtà, la comunità e la storia politica (niente affatto riducibile a ladrocinio, anzi) cui, volenti o nolenti, si appartiene.


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7 giugno 2010

Feste e mercati

 

La storia della ex sinistra comunista sta diventando una storia di nomi cambiati e di marchi che mutano continuamente. Solo ora mi rendo conto che da un partito è nata, in pratica, un’agenzia di comunicazione. Giorni fa ci ha riprovato la Serracchiani, giudicando il marchio del PD un semplice logo, un freddo progetto di comunicazione (ringraziare Veltroni, please). Come dire: si cambi! È vero. Ma questo marchio, nella sua astratta “logicità”, riflette in fondo molto bene la “curvatura” che ha preso il vecchio partito di popolo PCI quando si è trasformato nella conventicola di mattacchioni che è oggi.

È che la malattia sia questa, lo dimostra la polemica di questi giorni sul nome da apporre alla festa di Roma: Festa dell’Unità o Festa Democratica? La giustificazione più forte addotta da Miccoli (coordinatore pro-tempore del PD romano) è stata: Festa dell’Unità è un ottimo logo, e siccome sponsor ed espositori vogliono il vecchio marchio, perché cambiare? Già, se le regole della pubblicità sono queste, e se la politica di secondo nome fa “sondaggio”, perché tentare di giustificare le nostre scelte col vecchio e sorpassato raziocinio politico? Bastano marketing e mercato: sono concetti semplici, li capiscono tutti, e si sintetizzano nella notissima formula nazional-popolare: “dare soldi, vedere cammello”. Socialisti? Ma quando mai!


3 giugno 2010

Il binomio apocalittico

 

Ricordo Gianni Rodari e il gioco che proponeva per stimolare la creatività dei bambini. Lo chiamava “binomio fantastico” e consisteva nella scelta di due parole, anche semanticamente lontane, da utilizzare nella costruzione di un racconto che le assumesse a cardine della narrazione. Il giochino funzionava e i bambini davano vita a storie sempre molto originali.

Mi è venuta a mente questa cosa leggendo questo post di Debora Serracchiani. C’è una bella fetta della nuova classe dirigente del PD (composta in buona parte da quelli che si lamentano di non essere classe dirigente) che sta progressivamente riducendo il proprio campo lessicale a poche, pochissime parole, attorno alle quali costruire bei discorsi e grandi fortune politiche. Il post della Serracchiani è l’apice di questo sforzo minimalista. Il suo “binomio fantastico” si compone di due termini inflazionatissimi: “simbolico” e “nuovo” (il terzo termine da hit parade è “narrativa”, ma qui l’interprete principale è Vendola). La Serracchiani, dinanzi all’incedere leghista, si chiede in termini ultimativi e allarmati: “qual è il serbatoio simbolico cui può e dovrebbe attingere un partito riformista italiano nel ventunesimo secolo?”. Ciò perché, a suo parere, si tratterebbe di rispondere simbolo contro simbolo al “terra e comunità” della Lega. E conclude il suo post rimarcando l’esigenza assoluta di “qualcosa di terribilmente nuovo”. Non nuovo, ma “terribilmente” nuovo, in una sorta di drammatica e vertiginosa escalation del nuovismo!

Non sono uno smaliziato segretario regionale e sono pure una vecchia cariatide, ma nel mio piccolo temo che la Lega vinca al Nord per ragioni non solo simboliche, bensì politicamente e socialmente concrete, a cui bisognerebbe rispondere con la stessa tragica concretezza. Di certo, qualcosa di “terribilmente” nuovo (l’Apocalisse di San Giovanni potrebbe andare?) sposterebbe l’asse della nostra ricerca talmente avanti da produrre un senso di incertezza, precarietà, instabilità ancor più forte di quella attuale (e su cui il centrodestra già lucra abbondantemente).

Forse basterebbero, allo scopo di battere la destra, un programma politico efficace, delle risposte serie e puntuali ai problemi, un progetto capace di suscitare entusiasmo. Che ne dici Debora? E non credo affatto che si debba rispondere al “terra e comunità” della Lega invocando una specie di cupa e/o sfavillante apocalissi del nuovo. Ci vedo, a dir poco, una contraddizione. Per il resto continuiamo così, facciamoci del male. Tra un po’ per fare il segretario regionale basterà essere l’omino di Munch, quello dell’urlo. Cosa c’è di più terribile, apocalittico, simbolico e nuovo dell’angoscia che sprizza da quello spettro allampanato e indecifrabile dell’esistenza umana?


26 maggio 2010

La mandrakata

 

Leggo dal Corsera di oggi che il famoso sondaggio dell’Espresso sul futuro leader del PD pare abbia rivelato alcune inquietanti stranezze. Buona parte dei voti che hanno raggiunto i 5 primi classificati proverrebbero da pochissimi (uno, due, tre al massimo) indirizzi IP. In pratica, dagli stessi computer o giù di lì.

Che i sondaggi on line fossero poco attendibili, una specie di giochino da prendere con le molle, lo si sapeva. Che divenissero però giochini pericolosi, ora è del tutto evidente: pericolosi, perché inducono a credere delle cose che in realtà non esistono (una volta si chiamava ideologia). E perché spingono a ritenere che il seguito di taluni ambiziosi giovani dirigenti del PD (e non solo) sia molto più consistente di quanto non sia nei fatti. E poi mettono a nudo alcuni meccanismi di formazione del consenso che lasciano stupefatti, ancorché per nulla sorpresi. Insomma, una mandrakata.

______________________

Scheda del film

La mandrakata 2

Protagonisti:

Matteo Renzi Can Can
Nichi Vendola
Antonello da Messina
Debora Serracchiani
Lucky Lady
Giuseppe Ciwati
D’Artagnan
Matteo Orfini Soldatino

Genere: Fantasy ideologico

Giudizio della critica: da vedere anche se discutibile

In programmazione solo sul web (non nella realtà)


2 aprile 2010

Giovani leoni


Non so se l’avete notato. Non solo abbiamo saltato l’analisi del voto per giungere subito alle conclusioni (abbiamo perso, ergo Bersani si dimetta – ma non subito, perché prima dobbiamo scannarci nella scelta del successore, please). In realtà, siamo già in piena campagna per le primarie.

Vendola si è iscritto alla gara a urne ancora fumanti, seppellendo i partiti peraltro. Renzi non ha atteso un attimo in più, colpendo a freddo Zingaretti, prima ancora che questi tirasse su la testa dalle tabelle elettorali. Zingaretti ha risposto per le rime (e ha fatto bene, bravo Nicola), dimostrando di essere combattivo al punto giusto. Manca all’appello Civati (l’eterno prossimo segretario del PD), ma vedrete che prima o poi salterà fuori (magari al momento giusto, facendo prima bruciare i contendenti meno dotati tatticamente e più impulsivi). Ezio Mauro ha già detto che serve un Papa straniero: in sostanza un altro Prodi, forse Saviano, oppure un De Benedetti, perché no, così la partita con il Cav. è completa, davvero a carte scoperte. La Serracchiani ovviamente è iscritta di ufficio. E Bersani? Vecchio, stantìo, non è un leader, non ha carisma, non è un comunicatore, è subordinato a D’Alema (aaargh!) e poi parla troppo di politica, ecchepalle! “Serve un leader, un vincente, uno giovane, uno tosto, uno che ascolta buona musica, altro che Sanremo, e che soprattutto parli al cuore della gggente!”, urlano sulla Rete. E la Rete, si sa, è Verbo. Grillo dixit (e ho detto tutto).

Tutto questo “velocizzare” è perché bisogna anticipare le mosse, bisogna fare politica in tempo reale, stare sul pezzo, commentare i post al volo, muovere le cose, agitarsi nei flash mob o negli “aperitivi rivoluzionari”! Guai a chi perde tempo in analisi, valutazioni, esami. Roba vecchia rispetto alla poesia. Oggi è il momento delle grandi decisioni irrevocabili, del plebiscito, dell’acclamazione, della inno al nuovo Capo della sinistra che dovrà battersi con l’altro Capo, quello della destra. Possibile non capiate, retrogradi e comunisti che non siete? Che ne sapete voi della post-politica? Nulla, appunto, perciò andatevi a riporre in qualche libro.



6 agosto 2009

Apparatchnik

 

Debora Serracchiani, ormai europarlamentare e immersa nell’apparato fino al collo, ha attaccato il Sindaco di Genova Marta Vincenzi perché avrebbe definito le ronde “molto belle”. Non so davvero cosa ci trovi quest’ultima di tanto bello nelle ronde, ma il punto non è questo. La Serracchiani attacca la Vincenzi per un motivo più recondito, diciamo un sub-motivo, che scaturisce direttamente dalla battaglia congressuale. La Pasionaria di Udine, difatti, si chiede che cosa ne pensi il sen. Marino dell’esternazione del Sindaco di Genova, sostenitrice, guarda caso, della mozione scritta dal chirurgo. Il problema non sono tanto le ronde in sé, come vedete, ma le ronde in quanto occasione di polemica precongressuale. Il tutto, secondo la vieta prassi politica tipica di ogni apparato che si rispetti, consistente nel portare i più tremendi attacchi personali, ammantandoli con i contenuti di un qualsivoglia tema politico pescato nel mazzo.

Come vedete, ci vuol poco a imparare quel che si sa già. D’Alema, in confronto alla Debora, sembra quasi un giovane pioniere in colonia sul Mar Nero.


3 agosto 2009

"When does Mr. D'Alema come?". Appunto.

"Ho visto che la Serracchiani nelle sue pagelle mi ha alzato il voto, da quattro a cinque. Le ha fatto bene andare a Strasburgo. Lì quando dici che sei della sinistra italiana in tutta Europa rispondono: D'Alema. Conoscono me, non i suoi amici.". Dixit.


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permalink | inviato da L_Antonio il 3/8/2009 alle 15:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


7 luglio 2009

La minestra e la finestra

 

Se adesso vogliamo giocare, giochiamo. Se si polemizza perché si è in una fase precongressuale, non se ne può fare a meno e tutto fa brodo (anzi minestra), va bene ugualmente. Ma definire “sconcertanti” (Fassino!), o strapparsi le vesti (Tonini) per queste parole di D’Alema da un’idea del livello cui si è giunti. Ha detto il deputato di Gallipoli: “La sua [di Franceschini] candidatura al congresso non regge, è nel gruppo dirigente che ha perso, io dopo aver perso le regionali mi sono dimesso”. Tutto qui. Dov’è la lesa maestà? È falso che Franceschini abbia fatto parte del gruppo dirigente sconfitto? No. È opportuno che si candidi quale scudiero del “nuovo” [n.d.r. la parola “nuovo” inizio ad urtarmi] e che si opponga a “quelli (a quello) di prima” in nome di chissà quale progetto innovativo? È falso che D’Alema si sia dimesso per meno? No. E dunque? Il “tono” di D’Alema è stato sorprendente? Non credo che abbia pronunciato quelle parole ballando un irriverente tip tap, o recitando Shakespeare col teschio in mano: era in realtà seduto su una sedia, sul palco della Festa (oooppss…), del “Democratic Party” di Roma (Uots american) e non mordeva.

Altro ci sarebbe da dire sul lancio della campagna del Franceschini 2.0 (quello scamiciato, alternativo al gestore 1.0 della pax elettorale), nata contro “quelli [quello] di prima”. O sulle simpatiche dichiarazione serracchianesche, tendenti a espellere, senza beneficio d’inventario e senza preavviso sindacale, il medesimo D’Alema dal PD, in quanto corpo estraneo. C’è del ridicolo, diciamolo, in un dibattito congressuale tutto giocato sulle persone invece che sui programmi (tutti da scrivere). Sarà perché molte idee sono comuni ai tre contendenti maggiori. O sarà perché la diatriba tra “vecchio” e “nuovo” ha stancato, è falsa ed è pure mal recitata. Oggi Alessandra Longo su Repubblica, ad esempio, ci presenta lo staff della Serracchiani, deducendolo dai suoi ringraziamenti in coda al suo instant book, e ci lascia immaginare come la “comunicazione” e l’efficienza organizzativa siano davvero i pezzi forti dei “nuovi” divi rampanti: 18 persone tra “problem solver” (sic!), webstaff, ghost writers, pensatori critici, mitici mandatari, logistica, addetti stampa e agenda. Una cosa che nemmeno Obama e Hilary messi assieme!

Due riflessioni finali. 1. La discussione andrebbe portata sulle idee e sul modello di partito. Per questo servirebbe leggere i programmi dei candidati (sintetici, per favore, quando sarà), e non inseguirne i frammenti nelle interviste. A quando i contenuti? Prima o dopo ferragosto? 2. Forse è vero che questo partito non è il partito di D’Alema (dico D’Alema per dire una concezione della politica salda sulle gambe invece che sospesa sul cielo delle formule comunicative e delle immagini estemporanee), ma ancora oggi non vedo alternative, e forse mai ce ne saranno. Il piatto (della minestra) piange.

giorgio e alfredo (l_antonio)


Nella foto, la minestra del PD. Un brodino leggero, ma con tanto peperoncino di Soverato dentro.


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permalink | inviato da L_Antonio il 7/7/2009 alle 9:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (22) | Versione per la stampa


4 luglio 2009

Apparati cardio-circolatori


Goffredo Bettini è la vera (e ingombrante) musa di Ignazio Marino. Più di Civati e Scalfarotto. Lo racconta lui stesso: “Venne da me (Marino, ndr) nel 2006. Gentilissimo, mi sembrò persino timido. Ma quando cominciò a parlare, invece di usare tante frasi in politichese, arrivava al cuore dei problemi con semplicità e facilità”.

Politichese? E da quando Goffredo Bettini lancia candidature anti-apparato? Ove esistesse un apparato, egli ne è la sintesi. Ora punta a diventare anche tesi e antitesi. Di fatto, lui e Veltroni (detto “Io resto fuori”) si sono divisi ben bene i compiti: l’ex segretario ha scritturato la Serracchiani da attrice non protagonista, Bettini ha cooptato Marino nell’apparato, trascinando con sé i gggiovani trenta/quaranta/cinquanta/sessantenni del Lingotto. Tutto ciò secondo la più classica delle procedure di partito.

Ai Piombini non è parso vero: nessuno di loro si è sentito obbligato a candidarsi (dopo tante chiacchiere, tra le quali: “vai avanti tu che a me me viè da ride”) mentre la Serracchiani ha trovato un ruolo da “primadonna”.

Insomma, Bettini e Veltroni, sotto mentite spoglie (Franceschini, Marino e Piombini vari) provano a costruire un fronte composito quanto più si voglia, nel tentativo di mettere in un angolo “quelli di prima”. Ovviamente, questi ultimi rappresenterebbero, in esclusiva, tutto il male possibile, tutta la politica politicante, tutto il peggio del peggio della “nomenklatura”. Di Marino abbiamo stima ma non sappiamo chi terrà effettivamente le fila tra lui e Betttini. E comunque gli facciamo in bocca al lupo (che gli sarà sicuramente utile).

Complessivamente, ha forse come al solito ragione “quello di prima” (D’Alema) quando teme che il destino del PD possa essere quello di “un partito troppo intriso di logiche leaderistiche e populistiche: una versione “buona” del berlusconismo. Senza regole.” (così L’Unità). Secondo il deputato di Gallipoli: “è stato sposato lo spirito dell’antipolitica con una sorta di antiberlusconismo debole”, che ha portato a “rovinose sconfitte” (così il Corsera).

La ricetta è il PD “grande partito popolare”. E una “coalizione democratica non basata su plebisicitarismo e leaderismo”, ovviamente senza alcuna nostalgia verso il passato. Mettetece ‘na pezza.

PS (per la precisione):

Riportiamo i nomi dei responsabili organizzativi dei tre candidati. I fatti prima delle opinioni (e pure prima degli apparati e prima di “quelli di prima”):

Franceschini: Piero Fassino

Bersani: Filippo Penati

Marino: Michele Meta

Mario Adinolfi: non pervenuto.

Tombola


Nella foto, il terzo uomo.


1 luglio 2009

Signori di mezza età/3. I coraggiosi

 

La Debora Serracchiani ha espulso D’Alema dal PD. È quanto si evince dall’intervista concessa a Curzio Maltese su Repubblica di oggi. Non basta. Bersani, dice ancora la pop star di Udine, “rappresenta l’apparato” persino nel linguaggio: se vincesse sarebbe addirittura “un salto all’indietro”. Peraltro, dice ancora, si è candidato a leader del PD "a prescindere", come Totò, e questa sarebbe ovviamente una grave colpa.

Io non so con quale tono abbia pronunciato queste parole. Posso immaginare un tono deciso e anche sprezzante: da “novista”, da persona che ha già tutto chiaro in testa, ed ha tracciato la linea di demarcazione tra sé e gli altri, tra il proprio fronte e quello nemico, tra il bene e il male.

Difatti, da brava manichea ben addentro alle regole della rigidissima competizione mediale (uno contro uno), dice che il terzo uomo non serve, anzi “servirebbe oggi soltanto a frammentare”. Non accenna al fatto che un terzo uomo se ci sarà, sarà solo perché qualcuno avrà sospinto a calci ben assestati nel sedere qualcun altro sulla scena politica del congresso. E non mi sembra affatto un buon viatico per caratterizzare decentemente una terza candidatura.

Luca Sofri, sul suo blog, coglie tutte le asperità della questione. Dice che il terzo uomo ci vorrebbe, ma dice anche esplicitamente che l’eventuale passo avanti di Civati sarebbe una “bella morte”, provocata da mille ostacoli denominati “circoli, tessere, regolamento e partito”. Sembra Berlusconi che se la prende col Parlamento, capace soltanto di rallentare le decisioni, falsare le scelte, boicottare il nuovo e la sua splendida cultura del fare. Così Sofri (così anche la Serracchiani): ogni cosa che si frappone al disegno salvifico è male. Compreso il Partito reale che pure dicono di sostenere (persino più di altri, molto più di D’Alema, l’inciuciatore che vorrebbe tornare alla socialdemocrazia, pensate un po’).

Ha ragione, dunque, il caro Luca: la platea del Lingotto rappresenta un mondo di italiani davvero spazientiti. Spazientiti dalle procedure, dagli apparati, dalle regole. In sostanza dalla democrazia, ma anche dalle idee e dai mondi altrui. Una platea disgustata da chi parla linguaggi differenti, inevitabilmente “vecchi”. Loro vogliono il Messia, l’Obama. Perché di Obama percepiscono solo la gloriosa ascesa (appunto: messianica, profetica), non il sangue e il sudore e le lacrime precedenti. È come se di Cristo si scorgesse solo la luce, la trasfigurazione, il trionfo e non il Calvario, che ne è l’antecedente indispensabile. Ma qui la religione non c’entra. Perché la politica non concede paradisi e salvezze. La politica non salva. La politica è solo un affannarsi continuo sulla cosa pubblica alla ricerca di un po’ di giustizia, di una sempre maggiore equità, di un miglioramento nella condizione di vita degli “ultimi”. Col rischio continuo di perdere le proprie conquiste, col pericolo incessante di dover sempre ricominciare daccapo. Se lo mettessero bene in testa i piombini. E poi magari, facciano un Lingotto 3 per farci capire meglio le loro intenzioni. Con comodo, dovessero agitarsi troppo.

PS ridanciano. La Serracchiani ha pubblicato un instant book intitolato: “Il coraggio che manca”. Se si riferisce al coraggio (o, meglio, alla spudoratezza) con cui giudica gli altri, la titolazione è molto azzeccata. Se si riferisse invece alla sua mancata candidatura, forse io avrei scelto un altro titolo, che so, “Arrivederci al 2013”, sottotitolo “Metti che me eleggono (non capita, ma se capita?), che je racconto poi? Le barzellette come Berlusconi? E se nun ridono, che faccio?”.

Alfredo e Giorgio (cioè l_antonio medesimo verbalizzante)

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